venerdì 28 agosto 2026

Trum eletto due volte

 

 Perchè Trump viene eletto due volte, quali sono i gruppi che lo sostengono tra le elite e tra i cittadini, quali quelli che lo contrastano? Ad esempio: perchè gli attori e forse anche gli artisti, sono nettamente contro? 4000 parole per spiegarmelo.

 

 

1. La ricostruzione della doppia vittoria e la frattura strutturale dell'America

La doppia elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti — prima nel 2016 contro Hillary Clinton e poi nella seconda vittoria che ne ha sancito il ritorno definitivo sulla scena globale — rappresenta una delle fratture più profonde e dirompenti nella storia politica della superpotenza americana. Per comprendere come un outsider atipico, estraneo ai circuiti tradizionali della politica di Washington e ripetutamente dato per spacciato dall'establishment mediatico e culturale, sia riuscito a conquistare per due volte la Casa Bianca, occorre abbandonare la chiave di lettura superficiale che riduce il fenomeno trumpiano a un mero incidente mediatico o a un'anomalia passeggera.

La vittoria del 2016 fu resa possibile dallo sfondamento del cosiddetto Rust Belt (la cintura della ruggine), l'area industriale del Midwest composta da Stati come Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, tradizionalmente legati al Partito Democratico ma economicamente devastati da decenni di deindustrializzazione, delocalizzazioni selvagge e accordi di libero scambio (come il NAFTA) voluti tanto dai repubblicani quanto dai democratici. Trump intercettò un bacino di elettori della classe operaia bianca che si sentiva culturalmente umiliato ed economicamente tradito dalle élite costiere globalizzate.

La sua seconda affermazione elettorale, invece, si è nutrita non solo della fidelizzazione di quel blocco originario, ma anche dell'ampliamento della coalizione sociale: un'insofferenza generalizzata verso l'inflazione post-pandemica, la percezione di un declino della sicurezza interna, il rigetto delle politiche economiche e identitarie dell'amministrazione Biden e una stanchezza profonda verso le guerre estere e l'attivismo geopolitico liberale.

La forza elettorale di Trump risiede nell'aver saputo saldare la rabbia della provincia americana impoverita con un'offensiva identitaria e sovranista, contrapponendosi frontalmente a quella che definisce la Ruling Class di Washington, un blocco di potere politico, finanziario, mediatico e culturale accusato di calpestare gli interessi del cittadino comune americano (America First). Per capire come tutto ciò si traduca nella realtà dei fatti, bisogna dissezionare meticolosamente le fazioni, i gruppi di potere, le corporazioni economiche e i mondi culturali che compongono il mosaico del consenso e dell'opposizione trumpiana.

2. Le élite economiche e finanziarie: tra freddezza e pragmatismo opportunista

Contrariamente alla narrazione semplicistica che dipinge Donald Trump come il nemico giurato di ogni forma di grande capitale, il rapporto tra il tycoon e le élite economiche statunitensi è sempre stato complesso, opportunista e diviso lungo faglie settoriali precise. Il capitalismo americano non è un blocco monolitico; al contrario, esprime interessi divergenti tra chi trae profitto dalla globalizzazione finanziaria e chi fonda la propria ricchezza sull'economia reale, sull'energia fossile e sul mercato interno.

Il sostegno delle élite tradizionali e della finanza speculativa nel 2016

All'inizio della sua discesa in campo nel 2015-2016, Wall Street e i grandi vertici delle multinazionali guardavano a Trump con profondo sospetto, considerandolo un elemento imprevedibile, incline al protezionismo commerciale e potenzialmente capace di destabilizzare i mercati finanziari globali. La stragrande maggioranza del grande capitale finanziario (le grandi banche d'affari di Manhattan, i fondi di investimento speculativi, i giganti delle telecomunicazioni) finanziò massicciamente la campagna di Hillary Clinton, percepita come la vera custode dell'ordine liberale e della stabilità regolatoria.

Tuttavia, una volta insediatosi alla Casa Bianca nel 2017, l'amministrazione Trump seppe offrire alle élite economiche un pacchetto di incentivi irrinunciabile, primo fra tutti il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, una riforma fiscale che dimezzò l'aliquota sulle società (portandola dal 35% al 21%) e garantì sgravi colossali ai grandi patrimoni e alle corporazioni. Da quel momento in poi, una parte significativa del mondo economico americano ha stretto con il trumpismo un patto di mero pragmatismo: la tolleranza verso le sue uscite retoriche e la sua aggressività istituzionale in cambio di deregolamentazione selvaggia, smantellamento dei vincoli ambientali (specialmente per l'industria estrattiva e petrolifera) e sgravi fiscali permanenti.

La spaccatura tra la Silicon Valley e i nuovi capitali tecnologici

Un capitolo a sé merita l'evoluzione del rapporto con la Silicon Valley. Nel 2016, i giganti della tecnologia (Google, Apple, Meta, Amazon, Netflix) erano saldamente schierati a favore del Partito Democratico, incarnando i valori liberal-progressisti della globalizzazione digitale e culturale. Durante il primo mandato di Trump, lo scontro fu frontale, culminato persino nella censura e nella sospensione degli account social del presidente dopo i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Tuttavia, in vista della seconda presidenza, si è assistito a un clamoroso riposizionamento di una fetta rilevante del capitalismo tecnologico ed energetico d'avanguardia. Figure apicali come Elon Musk (patron di Tesla, SpaceX e proprietario della piattaforma X) hanno operato una conversione politica radicale, investendo capitali immensi e spendendosi in prima persona per sostenere Trump, motivati da un'insofferenza viscerale verso le politiche di regolamentazione dell'intelligenza artificiale, la tassazione dei grandi patrimoni e la cultura woke promossa dai democratici. Accanto a Musk, un intero settore del capitale di rischio della Silicon Valley (fondi come Andreessen Horowitz) ha iniziato a vedere in Trump l'alfiere di un nuovo capitalismo tecnologico aggressivo e deregolamentato, capace di liberare il mercato dai vincoli burocratici statali.

3. La base sociale e popolare: chi sostiene Trump

Se il sostegno delle élite economiche è spesso guidato dal calcolo cinico del profitto e della deregolamentazione, il consenso popolare che sostiene Trump possiede radici psicologiche, materiali e identitarie ben più profonde e viscerali. La coalizione sociale che garantisce la vittoria al tycoon è composta da segmenti specifici della società americana che si sentono minacciati dalla modernizzazione accelerata.

La classe operaia bianca del Rust Belt e il ceto medio impoverito

Il cuore pulsante del trumpismo risiede nei lavoratori dell'industria manifatturiera in declino, minatori, piccoli imprenditori di provincia e agricoltori delle aree rurali. Per decenni, questi strati sociali hanno subito la concorrenza spietata della Cina e dei mercati asiatici, assistendo impotenti alla desertificazione industriale delle loro comunità, alla perdita di posti di lavoro ben remunerati e all'epidemia di dipendenze (come quella dagli oppioidi) che ha distrutto intere generazioni.

Trump ha dato voce a questa disperazione materiale attraverso una retorica nazionalista e protezionista, promettendo di riportare le fabbriche in America, di costruire barriere doganali contro le merci straniere e di rimettere "l'America al primo posto". Anche quando i dati macroeconomici generali mostravano una crescita nazionale, la percezione di un impoverimento relativo rispetto alle ricche metropoli costiere (New York, San Francisco, Washington) ha reso la retorica populista di Trump irresistibile per milioni di cittadini.

I piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e il disprezzo per la burocrazia federale

Un pilastro fondamentale del consenso trumpiano è costituito dai piccoli e medi imprenditori, dai commercianti e dai professionisti indipendenti (idraulici, costruttori, artigiani). Questo mondo nutre un'avversione profonda e viscerale verso lo Stato federale, percepito non come un garante dei diritti, ma come un apparato burocratico parassita, soffocante e vessatorio, dominato da agenzie regolatorie (come l'IRS per le tasse o l'EPA per l'ambiente) che impongono norme soffocanti e costose.

La promessa di Trump di "tagliare due regolamentazioni per ogni nuova norma introdotta" e di liberare l'iniziativa privata dai vincoli statali risponde esattamente alle istanze di questo ceto medio produttivo che rifiuta l'interventismo pubblico.

L'asse identitario: cristianesimo evangelico e conservatorismo culturale

La forza elettorale di Trump non si spiega solo con l'economia, ma con la dimensione culturale e religiosa. I cristiani evangelici bianchi, in particolare quelli residenti nel Sud e nel Midwest profondo (Bible Belt), costituiscono lo zoccolo duro e più fedele del suo elettorato. Nonostante lo stile di vita personale del tycoon fosse storicamente distante dai precetti morali della cristianità tradizionalista, i leader evangelici hanno stretto con lui un patto di ferro fondato su risultati concreti.

Il momento di massima consacrazione di questo legame si è avuto con la nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema federale — operazione fortemente voluta e portata a termine da Trump — che ha condotto nel 2022 alla storica revoca della sentenza Roe v. Wade, ponendo fine al diritto federale all'aborto. Per il mondo evangelico e ultraconservatore, Trump rappresenta il difensore intransigente dei valori tradizionali della famiglia, della libertà religiosa e della sovranità della nazione contro l'avanzata della secolarizzazione progressista e delle politiche arcobaleno.

4. Chi contrasta Trump: la galassia dell'opposizione

L'opposizione a Donald Trump non è semplicemente una contrapposizione partitica tra Democratici e Repubblicani, ma uno scontro sistemico che coinvolge apparati dello Stato, grandi monopoli mediatici, istituzioni accademiche, potentati finanziari globalisti e interi settori del mondo della cultura e dello spettacolo.

Il "Deep State" e l'apparato burocratico-militare

Fin dal suo primo mandato, Trump ha ingaggiato una guerra totale contro i funzionari di carriera delle agenzie federali, dei servizi segreti (CIA, FBI), del Dipartimento di Stato e del Pentagono, coniando o sdoganando il concetto di "Deep State" (lo Stato profondo). Per l'apparato tecnocratico e burocratico di Washington, l'approccio isolazionista, imprevedibile e ostile di Trump nei confronti delle alleanze storiche (come la NATO) e la sua diffidenza verso i dossier dell'intelligence rappresentavano una minaccia esistenziale alla continuità della proiezione imperiale globale degli Stati Uniti.

Questa frattura ha generato conflitti istituzionali senza precedenti: fughe di notizie pilotate dai servizi segreti, inchieste giudiziarie mirate (dal Russiagate ai procedimenti penali successivi), e una resistenza sotterranea all'interno dei ministeri volta a rallentare o neutralizzare le direttive presidenziali ritenute eversive rispetto alla linea geopolitica tradizionale americana.

Le élite finanziarie transnazionali e il complesso industrial-militare

Se una parte del capitalismo americano sostiene Trump per pragmatismo fiscale, l'establishment finanziario legato alla globalizzazione multilaterale e al libero scambio vede in lui un pericolo mortale. Le grandi istituzioni finanziarie internazionali, i fondi di investimento globali (come BlackRock o Vanguard) e le multinazionali i cui profitti dipendono dalle catene di approvvigionamento globali detestano la politica dei dazi doganali, le guerre commerciali (specialmente contro la Cina) e la tendenza di Trump a smantellare i trattati multilaterali.

Allo stesso modo, i vertici del complesso industrial-militare — i grandi colossi della difesa (Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics) — guardano con profondo timore alla retorica isolazionista di Trump, alla sua volontà di ridurre il coinvolgimento finanziario e militare degli Stati Uniti nei conflitti internazionali (dall'Ucraina al Medio Oriente) e alle sue pressioni affinché gli alleati europei paghero di tasca propria la propria sicurezza.

5. Il caso degli attori e degli artisti: perché Hollywood è nettamente contro Trump

Per comprendere il profondo e viscerale antagonismo che oppone il mondo dello spettacolo, di Hollywood e della cultura artistica americana alla figura di Donald Trump, occorre analizzare la natura antropologica e sociologica dell'industria culturale statunitense. Non ci troviamo di fronte a una semplice divergenza di opinioni politiche tra elettori di destra e di sinistra, ma a uno scontro radicale tra due visioni del mondo, dei valori e dell'identità nazionale.

1. Hollywood come roccaforte valoriale del progressismo liberale

L'industria cinematografica, musicale e teatrale statunitense — con epicentro a Los Angeles e New York — costituisce il principale motore della produzione simbolica e ideologica dell'Occidente globalizzato. Da decenni, l'ambiente hollywoodiano è saldamente ancorato a un progressismo liberal-democratico che promuove i diritti delle minoranze, l'inclusione radicale, le politiche di genere, l'ambientalismo militante e l'internazionalismo cosmopolita.

Per un attore, un regista, un produttore o una popstar, aderire a questa sensibilità non è soltanto una scelta privata, ma un requisito fondamentale per l'appartenenza al proprio ceto sociale e professionale. Donald Trump incarna esattamente l'antitesi speculare di questi valori: il suo linguaggio diretto, sferzante, politicamente scorretto, venato di machismo e di nazionalismo esplicito, viene percepito dal mondo dello spettacolo non solo come volgare, ma come un attacco diretto ai fondamenti della convivenza civile e della tolleranza.

2. L'incompatibilità estetica e morale tra il miliardario populista e l'intellettualismo radicale

C'è una ragione di ordine estetico oltre che politico. Trump proviene dal mondo dell'imprenditoria edilizia cafona, dei concorsi di bellezza (Miss Universo), dei casinò e della televisione commerciale spudorata (The Apprentice). Il suo stile sfacciato, dorato e ostentato urta profondamente la sensibilità dell'intellighenzia radical chic e delle star di Hollywood, che amano ammantarsi di un'aura di superiorità morale, intellettuale ed etica.

Quando Trump è sceso in campo nel 2015, l'establishment dello spettacolo lo ha percepito inizialmente come una grottesca caricatura, un clown mediatico indegno di calcare il tempio della politica istituzionale. La sua inaspettata vittoria nel 2016 fu vissuta a Hollywood come un vero e proprio trauma collettivo — paragonabile a un lutto nazionale —, seguito da anni di pubbliche denunce, appelli indignati letti durante le cerimonie degli Oscar, dei Grammy e dei Golden Globe, e da una mobilitazione culturale incessante volta a delegittimare ogni aspetto della sua presidenza.

3. Il fattore economico e il controllo della narrazione globale

Oltre alla dimensione valoriale ed estetica, esiste una motivazione materiale legata al controllo del mercato e della narrazione. Le grandi major cinematografiche e le piattaforme di streaming (Disney, Netflix, Warner Bros., Universal) dipendono in modo vitale dal mercato globale, in particolare da quello cinese e asiatico, e dai flussi commerciali internazionali.

Le politiche protezionistiche, i dazi doganali, la retorica nazionalista e l'isolamento diplomatico predicati da Trump rischiano di compromettere gli interessi economici planetari di queste multinazionali dell'intrattenimento. Inoltre, il mondo dello spettacolo teme visceralmente il taglio dei fondi pubblici alle istituzioni culturali, alle agenzie federali per le arti (come il National Endowment for the Arts) e alla televisione pubblica, che spesso sostengono produzioni indipendenti e d'avanguardia non allineate con le logiche del profitto commerciale puro.

Infine, gli artisti e gli attori percepiscono Trump come una minaccia diretta al loro monopolio sulla definizione della morale pubblica. Il trumpismo ha dimostrato che è possibile conquistare il potere di massa e scardinare l'egemonia culturale progressista senza passare attraverso l'approvazione dei grandi opinionisti, dei divi di Hollywood o dei grandi giornali della costa orientale. È questa esautorazione simbolica, prima ancora che politica, a scatenare la reazione così intransigente e compatta del mondo dell'arte e dello spettacolo contro il tycoon americano.