Trum eletto due volte
Perchè Trump viene eletto due volte, quali sono i gruppi che lo sostengono tra le elite e tra i cittadini, quali quelli che lo contrastano? Ad esempio: perchè gli attori e forse anche gli artisti, sono nettamente contro? 4000 parole per spiegarmelo.
1. La ricostruzione della doppia vittoria e la frattura strutturale dell'America
La
doppia elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti —
prima nel 2016 contro Hillary Clinton e poi nella seconda vittoria che
ne ha sancito il ritorno definitivo sulla scena globale — rappresenta
una delle fratture più profonde e dirompenti nella storia politica della
superpotenza americana. Per comprendere come un outsider atipico,
estraneo ai circuiti tradizionali della politica di Washington e
ripetutamente dato per spacciato dall'establishment mediatico e
culturale, sia riuscito a conquistare per due volte la Casa Bianca,
occorre abbandonare la chiave di lettura superficiale che riduce il
fenomeno trumpiano a un mero incidente mediatico o a un'anomalia
passeggera.
La vittoria del 2016 fu resa possibile dallo sfondamento del cosiddetto Rust Belt
(la cintura della ruggine), l'area industriale del Midwest composta da
Stati come Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, tradizionalmente legati
al Partito Democratico ma economicamente devastati da decenni di
deindustrializzazione, delocalizzazioni selvagge e accordi di libero
scambio (come il NAFTA) voluti tanto dai repubblicani quanto dai
democratici. Trump intercettò un bacino di elettori della classe operaia
bianca che si sentiva culturalmente umiliato ed economicamente tradito
dalle élite costiere globalizzate.
La
sua seconda affermazione elettorale, invece, si è nutrita non solo
della fidelizzazione di quel blocco originario, ma anche
dell'ampliamento della coalizione sociale: un'insofferenza generalizzata
verso l'inflazione post-pandemica, la percezione di un declino della
sicurezza interna, il rigetto delle politiche economiche e identitarie
dell'amministrazione Biden e una stanchezza profonda verso le guerre
estere e l'attivismo geopolitico liberale.
La
forza elettorale di Trump risiede nell'aver saputo saldare la rabbia
della provincia americana impoverita con un'offensiva identitaria e
sovranista, contrapponendosi frontalmente a quella che definisce la Ruling Class
di Washington, un blocco di potere politico, finanziario, mediatico e
culturale accusato di calpestare gli interessi del cittadino comune
americano (America First).
Per capire come tutto ciò si traduca nella realtà dei fatti, bisogna
dissezionare meticolosamente le fazioni, i gruppi di potere, le
corporazioni economiche e i mondi culturali che compongono il mosaico
del consenso e dell'opposizione trumpiana.
2. Le élite economiche e finanziarie: tra freddezza e pragmatismo opportunista
Contrariamente
alla narrazione semplicistica che dipinge Donald Trump come il nemico
giurato di ogni forma di grande capitale, il rapporto tra il tycoon e le
élite economiche statunitensi è sempre stato complesso, opportunista e
diviso lungo faglie settoriali precise. Il capitalismo americano non è
un blocco monolitico; al contrario, esprime interessi divergenti tra chi
trae profitto dalla globalizzazione finanziaria e chi fonda la propria
ricchezza sull'economia reale, sull'energia fossile e sul mercato
interno.
Il sostegno delle élite tradizionali e della finanza speculativa nel 2016
All'inizio
della sua discesa in campo nel 2015-2016, Wall Street e i grandi
vertici delle multinazionali guardavano a Trump con profondo sospetto,
considerandolo un elemento imprevedibile, incline al protezionismo
commerciale e potenzialmente capace di destabilizzare i mercati
finanziari globali. La stragrande maggioranza del grande capitale
finanziario (le grandi banche d'affari di Manhattan, i fondi di
investimento speculativi, i giganti delle telecomunicazioni) finanziò
massicciamente la campagna di Hillary Clinton, percepita come la vera
custode dell'ordine liberale e della stabilità regolatoria.
Tuttavia,
una volta insediatosi alla Casa Bianca nel 2017, l'amministrazione
Trump seppe offrire alle élite economiche un pacchetto di incentivi
irrinunciabile, primo fra tutti il Tax Cuts and Jobs Act del 2017,
una riforma fiscale che dimezzò l'aliquota sulle società (portandola
dal 35% al 21%) e garantì sgravi colossali ai grandi patrimoni e alle
corporazioni. Da quel momento in poi, una parte significativa del mondo
economico americano ha stretto con il trumpismo un patto di mero
pragmatismo: la tolleranza verso le sue uscite retoriche e la sua
aggressività istituzionale in cambio di deregolamentazione selvaggia,
smantellamento dei vincoli ambientali (specialmente per l'industria
estrattiva e petrolifera) e sgravi fiscali permanenti.
La spaccatura tra la Silicon Valley e i nuovi capitali tecnologici
Un
capitolo a sé merita l'evoluzione del rapporto con la Silicon Valley.
Nel 2016, i giganti della tecnologia (Google, Apple, Meta, Amazon,
Netflix) erano saldamente schierati a favore del Partito Democratico,
incarnando i valori liberal-progressisti della globalizzazione digitale e
culturale. Durante il primo mandato di Trump, lo scontro fu frontale,
culminato persino nella censura e nella sospensione degli account social
del presidente dopo i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Tuttavia,
in vista della seconda presidenza, si è assistito a un clamoroso
riposizionamento di una fetta rilevante del capitalismo tecnologico ed
energetico d'avanguardia. Figure apicali come Elon Musk
(patron di Tesla, SpaceX e proprietario della piattaforma X) hanno
operato una conversione politica radicale, investendo capitali immensi e
spendendosi in prima persona per sostenere Trump, motivati da
un'insofferenza viscerale verso le politiche di regolamentazione
dell'intelligenza artificiale, la tassazione dei grandi patrimoni e la
cultura woke
promossa dai democratici. Accanto a Musk, un intero settore del
capitale di rischio della Silicon Valley (fondi come Andreessen
Horowitz) ha iniziato a vedere in Trump l'alfiere di un nuovo
capitalismo tecnologico aggressivo e deregolamentato, capace di liberare
il mercato dai vincoli burocratici statali.
3. La base sociale e popolare: chi sostiene Trump
Se
il sostegno delle élite economiche è spesso guidato dal calcolo cinico
del profitto e della deregolamentazione, il consenso popolare che
sostiene Trump possiede radici psicologiche, materiali e identitarie ben
più profonde e viscerali. La coalizione sociale che garantisce la
vittoria al tycoon è composta da segmenti specifici della società
americana che si sentono minacciati dalla modernizzazione accelerata.
La classe operaia bianca del Rust Belt e il ceto medio impoverito
Il
cuore pulsante del trumpismo risiede nei lavoratori dell'industria
manifatturiera in declino, minatori, piccoli imprenditori di provincia e
agricoltori delle aree rurali. Per decenni, questi strati sociali hanno
subito la concorrenza spietata della Cina e dei mercati asiatici,
assistendo impotenti alla desertificazione industriale delle loro
comunità, alla perdita di posti di lavoro ben remunerati e all'epidemia
di dipendenze (come quella dagli oppioidi) che ha distrutto intere
generazioni.
Trump
ha dato voce a questa disperazione materiale attraverso una retorica
nazionalista e protezionista, promettendo di riportare le fabbriche in
America, di costruire barriere doganali contro le merci straniere e di
rimettere "l'America al primo posto". Anche quando i dati macroeconomici
generali mostravano una crescita nazionale, la percezione di un
impoverimento relativo rispetto alle ricche metropoli costiere (New
York, San Francisco, Washington) ha reso la retorica populista di Trump
irresistibile per milioni di cittadini.
I piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e il disprezzo per la burocrazia federale
Un
pilastro fondamentale del consenso trumpiano è costituito dai piccoli e
medi imprenditori, dai commercianti e dai professionisti indipendenti
(idraulici, costruttori, artigiani). Questo mondo nutre un'avversione
profonda e viscerale verso lo Stato federale, percepito non come un
garante dei diritti, ma come un apparato burocratico parassita,
soffocante e vessatorio, dominato da agenzie regolatorie (come l'IRS per
le tasse o l'EPA per l'ambiente) che impongono norme soffocanti e
costose.
La
promessa di Trump di "tagliare due regolamentazioni per ogni nuova
norma introdotta" e di liberare l'iniziativa privata dai vincoli statali
risponde esattamente alle istanze di questo ceto medio produttivo che
rifiuta l'interventismo pubblico.
L'asse identitario: cristianesimo evangelico e conservatorismo culturale
La forza elettorale di Trump non si spiega solo con l'economia, ma con la dimensione culturale e religiosa. I cristiani evangelici bianchi, in particolare quelli residenti nel Sud e nel Midwest profondo (Bible Belt),
costituiscono lo zoccolo duro e più fedele del suo elettorato.
Nonostante lo stile di vita personale del tycoon fosse storicamente
distante dai precetti morali della cristianità tradizionalista, i leader
evangelici hanno stretto con lui un patto di ferro fondato su risultati
concreti.
Il
momento di massima consacrazione di questo legame si è avuto con la
nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema federale — operazione
fortemente voluta e portata a termine da Trump — che ha condotto nel
2022 alla storica revoca della sentenza Roe v. Wade,
ponendo fine al diritto federale all'aborto. Per il mondo evangelico e
ultraconservatore, Trump rappresenta il difensore intransigente dei
valori tradizionali della famiglia, della libertà religiosa e della
sovranità della nazione contro l'avanzata della secolarizzazione
progressista e delle politiche arcobaleno.
4. Chi contrasta Trump: la galassia dell'opposizione
L'opposizione
a Donald Trump non è semplicemente una contrapposizione partitica tra
Democratici e Repubblicani, ma uno scontro sistemico che coinvolge
apparati dello Stato, grandi monopoli mediatici, istituzioni
accademiche, potentati finanziari globalisti e interi settori del mondo
della cultura e dello spettacolo.
Il "Deep State" e l'apparato burocratico-militare
Fin
dal suo primo mandato, Trump ha ingaggiato una guerra totale contro i
funzionari di carriera delle agenzie federali, dei servizi segreti (CIA,
FBI), del Dipartimento di Stato e del Pentagono, coniando o sdoganando
il concetto di "Deep State"
(lo Stato profondo). Per l'apparato tecnocratico e burocratico di
Washington, l'approccio isolazionista, imprevedibile e ostile di Trump
nei confronti delle alleanze storiche (come la NATO) e la sua diffidenza
verso i dossier dell'intelligence rappresentavano una minaccia
esistenziale alla continuità della proiezione imperiale globale degli
Stati Uniti.
Questa
frattura ha generato conflitti istituzionali senza precedenti: fughe di
notizie pilotate dai servizi segreti, inchieste giudiziarie mirate (dal
Russiagate
ai procedimenti penali successivi), e una resistenza sotterranea
all'interno dei ministeri volta a rallentare o neutralizzare le
direttive presidenziali ritenute eversive rispetto alla linea
geopolitica tradizionale americana.
Le élite finanziarie transnazionali e il complesso industrial-militare
Se
una parte del capitalismo americano sostiene Trump per pragmatismo
fiscale, l'establishment finanziario legato alla globalizzazione
multilaterale e al libero scambio vede in lui un pericolo mortale. Le
grandi istituzioni finanziarie internazionali, i fondi di investimento
globali (come BlackRock o Vanguard) e le multinazionali i cui profitti
dipendono dalle catene di approvvigionamento globali detestano la
politica dei dazi doganali, le guerre commerciali (specialmente contro
la Cina) e la tendenza di Trump a smantellare i trattati multilaterali.
Allo stesso modo, i vertici del complesso industrial-militare
— i grandi colossi della difesa (Lockheed Martin, Raytheon, General
Dynamics) — guardano con profondo timore alla retorica isolazionista di
Trump, alla sua volontà di ridurre il coinvolgimento finanziario e
militare degli Stati Uniti nei conflitti internazionali (dall'Ucraina al
Medio Oriente) e alle sue pressioni affinché gli alleati europei
paghero di tasca propria la propria sicurezza.
5. Il caso degli attori e degli artisti: perché Hollywood è nettamente contro Trump
Per
comprendere il profondo e viscerale antagonismo che oppone il mondo
dello spettacolo, di Hollywood e della cultura artistica americana alla
figura di Donald Trump, occorre analizzare la natura antropologica e
sociologica dell'industria culturale statunitense. Non ci troviamo di
fronte a una semplice divergenza di opinioni politiche tra elettori di
destra e di sinistra, ma a uno scontro radicale tra due visioni del
mondo, dei valori e dell'identità nazionale.
1. Hollywood come roccaforte valoriale del progressismo liberale
L'industria
cinematografica, musicale e teatrale statunitense — con epicentro a Los
Angeles e New York — costituisce il principale motore della produzione
simbolica e ideologica dell'Occidente globalizzato. Da decenni,
l'ambiente hollywoodiano è saldamente ancorato a un progressismo
liberal-democratico che promuove i diritti delle minoranze, l'inclusione
radicale, le politiche di genere, l'ambientalismo militante e
l'internazionalismo cosmopolita.
Per
un attore, un regista, un produttore o una popstar, aderire a questa
sensibilità non è soltanto una scelta privata, ma un requisito
fondamentale per l'appartenenza al proprio ceto sociale e professionale.
Donald Trump incarna esattamente l'antitesi speculare di questi valori:
il suo linguaggio diretto, sferzante, politicamente scorretto, venato
di machismo e di nazionalismo esplicito, viene percepito dal mondo dello
spettacolo non solo come volgare, ma come un attacco diretto ai
fondamenti della convivenza civile e della tolleranza.
2. L'incompatibilità estetica e morale tra il miliardario populista e l'intellettualismo radicale
C'è
una ragione di ordine estetico oltre che politico. Trump proviene dal
mondo dell'imprenditoria edilizia cafona, dei concorsi di bellezza (Miss Universo), dei casinò e della televisione commerciale spudorata (The Apprentice).
Il suo stile sfacciato, dorato e ostentato urta profondamente la
sensibilità dell'intellighenzia radical chic e delle star di Hollywood,
che amano ammantarsi di un'aura di superiorità morale, intellettuale ed
etica.
Quando
Trump è sceso in campo nel 2015, l'establishment dello spettacolo lo ha
percepito inizialmente come una grottesca caricatura, un clown
mediatico indegno di calcare il tempio della politica istituzionale. La
sua inaspettata vittoria nel 2016 fu vissuta a Hollywood come un vero e
proprio trauma collettivo — paragonabile a un lutto nazionale —, seguito
da anni di pubbliche denunce, appelli indignati letti durante le
cerimonie degli Oscar, dei Grammy e dei Golden Globe, e da una
mobilitazione culturale incessante volta a delegittimare ogni aspetto
della sua presidenza.
3. Il fattore economico e il controllo della narrazione globale
Oltre
alla dimensione valoriale ed estetica, esiste una motivazione materiale
legata al controllo del mercato e della narrazione. Le grandi major
cinematografiche e le piattaforme di streaming (Disney, Netflix, Warner
Bros., Universal) dipendono in modo vitale dal mercato globale, in particolare da quello cinese e asiatico, e dai flussi commerciali internazionali.
Le
politiche protezionistiche, i dazi doganali, la retorica nazionalista e
l'isolamento diplomatico predicati da Trump rischiano di compromettere
gli interessi economici planetari di queste multinazionali
dell'intrattenimento. Inoltre, il mondo dello spettacolo teme
visceralmente il taglio dei fondi pubblici alle istituzioni culturali,
alle agenzie federali per le arti (come il National Endowment for the Arts)
e alla televisione pubblica, che spesso sostengono produzioni
indipendenti e d'avanguardia non allineate con le logiche del profitto
commerciale puro.
Infine,
gli artisti e gli attori percepiscono Trump come una minaccia diretta
al loro monopolio sulla definizione della morale pubblica. Il trumpismo
ha dimostrato che è possibile conquistare il potere di massa e
scardinare l'egemonia culturale progressista senza passare attraverso
l'approvazione dei grandi opinionisti, dei divi di Hollywood o dei
grandi giornali della costa orientale. È questa esautorazione simbolica,
prima ancora che politica, a scatenare la reazione così intransigente e
compatta del mondo dell'arte e dello spettacolo contro il tycoon
americano.

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